L'Aso nella manica

Ci fu un tempo in cui, per l’uomo di stato giapponese, l’autoliquidazione rappresentava una risposta ragionevole ai sassi e ai dardi della sorte oltraggiosa. Quando la congiuntura assumeva i tratti dell’insormontabilità, il ministro, il diplomatico, il generale, vi si adeguava e rimediava nella morte volontaria un’uscita di scena degna del rango e delle alte responsabilità. di Luca Vanni
22 SET 08
Ultimo aggiornamento: 21:49 | 11 AGO 20
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Ci fu un tempo in cui, per l’uomo di stato giapponese, l’autoliquidazione rappresentava una risposta ragionevole ai sassi e ai dardi della sorte oltraggiosa. Quando la congiuntura assumeva i tratti dell’insormontabilità, il ministro, il diplomatico, il generale, vi si adeguava e per un complesso intreccio di ragioni etiche, estetiche e sociali rimediava nella morte volontaria un’uscita di scena degna del rango e delle alte responsabilità. La prassi esecutiva variava secondo le contingenze – con una spiccata predilezione per il taglio del ventre (“seppuku”), sede della vita – e nelle sue versioni più formali era disciplinata da una bizantina procedura cui gli annali del Sol Levante devono tutto un repertorio di atti eroici e detti memorabili. “Il nume del mondo è trapassato: dopo di lui, ansioso di servire il mio signore, trapasso anch’io”, scriveva in versi nel 1912 il leggendario generale Nogi pianificando il proprio suicidio rituale dopo la scomparsa dell’amato imperatore Meiji. Glorie, se sono glorie, di ieri. La postmodernità nipponica non soltanto ha obliterato in modo definitivo gli antichi fasti del “seppuku”, riducendoli, via cine e teledrammi, allo stato di innocue latenze dell’immaginario collettivo, ma, almeno nell’ultimo anno, ha fatto del suo meglio per sublimare l’autoliquidazione politica in performance melodrammatica.
Poco più di due settimane fa è toccato a Yasuo Fukuda, premier uscente, dare il suo personalissimo apporto al genere, con un suicidio politico di rara imperscrutabilità. La sua fuga è la seconda tappa di una surreale staffetta incominciata nel settembre 2006, quando il testimone di Junichiro Koizumi passò nelle mani di Shinzo Abe, il più giovane premier nella storia del Giappone democratico. Aria di novità, vasti affreschi programmatici, con il paese che ambisce a ritagliarsi sullo scacchiere internazionale un ruolo politico consono al proprio profilo economico; ma nel giro di appena un anno Abe decide di cedere la mano: il 12 settembre 2007, due giorni dopo avere pronunciato alla Dieta un’impegnativa dichiarazione d’intenti e tre settimane dopo avere effettuato un rimpasto di governo, abbandona sia la guida dell’esecutivo sia la presidenza del Partito liberaldemocratico (Pld). L’opinione pubblica nazionale rumina amaro, ma alla fine si convince di avere assistito a una tragicommedia irripetibile.
Poi, a meno di un anno dal “seppuku” di Abe, la pantomima di Fukuda, che abbandona il campo alla vigilia di una sessione straordinaria della Dieta, dopo avere annunciato importanti provvedimenti legislativi e, ancora una volta, a sole tre settimane da un drastico rimpasto di governo. In un paese come il nostro, dove i responsabili politici di immani cordigliere di pattume o gli scarceratori di pluriomicidi compulsivi coltivano l’atavica tendenza a non dimettersi nemmeno su ingiunzione divina, l’abdicazione alla poltrona di Primo ministro riesce pur sempre ad apparire un gesto di aristocratica magnanimità. Agli occhi del pubblico giapponese, però, molto esigenti in materia di responsabilità personale, il forfait degli ultimi due premier appare del tutto ingiustificabile. Analisti e commentatori sono ancora alla ricerca delle ragioni, probabilmente più d’una, che hanno indotto il settantaduenne ex premier a riproporre con variazioni peggiorative la sortita di Abe. L’ipotesi più accreditata è che alla vigilia della sessione parlamentare straordinaria il dissenso all’interno della coalizione di governo e del Pld abbia superato la soglia di guardia. Sulla natura di tale dissenso circolano varie speculazioni, come quella secondo cui dietro alla crisi ci sarebbe l’occulta regia del potente ex Primo ministro liberaldemocratico Yoshiro Mori, da sempre gran patron di Taro Aso, o quella secondo cui l’indebolimento di Fukuda sarebbe scaturito da divergenze d’interesse con gli uomini del partito alleato Komeito, che avrebbero esercitato forti pressioni sul premier per indurlo a sciogliere la Camera bassa con largo anticipo sul termine naturale del settembre 2009 (il settimanale Shukan Asahi parla di un incombente scandalo bancario che vedrebbe coinvolto lo stesso Komeito).
Certo è che il Pld, da mezzo secolo anima della vita politica giapponese, si sta avvitando in una spirale senza precedenti e che la natura maligna dell’avvitamento trova espressione nell’inconsistenza della leadership. “L’indifferenza che ha permesso a due primi ministri del Pld di abbandonare uno dopo l’altro il loro posto – osserva Hiroshi Komatsu, opinionista politico del quotidiano Mainichi Shimbun – mostra che l’attuale partito di governo non sa esprimere leader capaci di impegnarsi con determinazione alla guida del paese e sta andando alla deriva. L’improvviso abbandono dell’esecutivo da parte di Yasuo Fukuda è una tragedia per il Pld, ma è una tragedia anche per il popolo giapponese, che non riesce a dotarsi di leader migliori di questi”. Culminato il nume di quel felice impasto d’immediatezza comunicativa, decisionismo e fotogenia che è stato Junichiro Koizumi, il Pld è ormai da troppo tempo in cerca di un leader autorevole, se non un fuoriclasse almeno un surrogato ad alto gradimento. Il fatto è che le diatribe di parte, la carenza di personalità maiuscole e le nuove regole per la nomina del presidente introdotte dallo stesso Koizumi rendono la ricerca oltremodo complessa. Con la campagna interna di questo settembre tale complessità trova riflesso nella proliferazione delle candidature, un fenomeno decisamente nuovo per l’apparato liberaldemocratico e un’iniezione di democrazia – sia pure eterogenerata – nei processi regolativi delle successioni politiche giapponesi.
Anche in questa tornata il candidato principe è Taro Aso, ex ministro degli Esteri di Koizumi e di Abe nonché attuale segretario del Pld. Per due volte mancato presidente del partito e mancato premier, parrebbe finalmente in vista dell’approdo. Il condizionale è d’obbligo, visti i precedenti, ma sta di fatto che come in un copione preordinato la sua candidatura è stata presentata a tempo di record, quando il direttorio del Pld non si era ancora riunito per fissare al 10 settembre la data d’apertura della campagna interna e al 22 quella del voto conclusivo. Il curriculum di Taro Aso documenta una laboriosa scalata ai vertici del partito, ma non è né quello di un outsider né quello di un homo novus. Come e più di altri importanti uomini di stato giapponesi, Aso vanta infatti un’ascendenza familiare a elevato quoziente politico. Per via materna è pronipote di Toshimichi Okubo, uno dei padri della restaurazione imperiale (il cattivo dell’“Ultimo samurai”), è nipote di Yoshida Shigeru, il De Gasperi del Sol Levante, ed è direttamente imparentato con la casa regnante, dal momento che sua sorella minore ha sposato il principe di Mikasa, primo cugino dell’imperatore. E’ inoltre figlio di un esponente dell’intermondo politico-industriale caratteristico del Giappone moderno, il deputato e imprenditore Takakichi Aso, che gli ha lasciato in eredità l’Aso Group, una realtà imprenditoriale con 130 anni di storia e un giro d’affari tanto cospicuo quanto diversificato.
Dal punto di vista ideologico è conservatore, dal punto di vista politico-economico è moderatamente statalista, più favorevole a interventi pubblici di sostegno a produzione e consumo che a riforme strutturali e destrutturanti d’impronta neoliberista come quelle propugnate da Koizumi e da Abe. E proprio il suo moderato ma scoperto antagonismo alla linea riformatrice di Koizumi è tra i catalizzatori più efficaci del consenso che in seno al partito va consolidandosi attorno alla sua candidatura. Nel gioco delle “habatsu”, le fazioni interne del Pld, Aso è un battitore libero, a capo di una piccola corrente personale, la “Aso ha”, ma allo stato attuale dello scenario politico giapponese il peso delle fazioni è meno rilevante di quello della popolarità e non c’è dubbio che Aso sia un personaggio molto popolare, specialmente tra gli elettori più giovani. Nonostante i suoi sessantotto anni infatti sfoggia modi e interessi autenticamente giovanili, come la dipendenza dai disegni a fumetti, che gli è valsa il nomignolo di “Manga daijin” (il “ministro dei manga”), la passione per lo sport (fu nella Nazionale di tiro a volo alle Olimpiadi di Montreal del 1976) e soprattutto la beata improntitudine, che gli permette di trascendere l’“hypocritically correct” con rimarchevoli esternazioni creative. In Taro Aso molta parte della dirigenza liberaldemocratica vede oggi una figura capace di coniugare in modo persuasivo continuità di merito, rispetto alle istanze tradizionali del partito, e novità di metodo, rispetto all’interazione con l’opinione pubblica. Si tratta di arrivare alle prossime elezioni generali con una guida sufficientemente carismatica e tamponare l’emorragia di consenso registrata negli ultimi mesi.
Oltre ad Aso sono scesi con slancio nell’agone quattro candidati: due esponenti della linea moderata e due rappresentanti di punta del riformismo koizumiano. Il settantenne Kaoru Yosano è un veterano della vita parlamentare e può contare su una considerevole notorietà, frutto, tra l’altro, di frequenti comparse nei dibattiti televisivi dedicati ai temi economici e – ancora una volta – della discendenza da una famiglia non ordinaria (è nipote di due tra i più celebri poeti del Giappone protonovecentesco, Tekkan Yosano e sua moglie Akiko). Con Shinzo Abe ha ricoperto brillantemente la carica di capo della Segreteria di gabinetto e con Fukuda quella di ministro per le Politiche economiche e fiscali. In passato ha sostenuto con forza l’aumento dell’imposta sui consumi, argomentandolo con la necessità di colmare la voragine del debito pubblico. In tempi più recenti ha insistito con altrettanta forza sull’assioma generale della persuasione argomentata: comunicare all’opinione pubblica lo stato delle cose, senza dannose edulcorazioni, fino a portare i cittadini in sintonia con la linea di governo.
A giudicare dai sondaggi degli ultimi giorni, l’assioma riscuote ampio consenso tra il pubblico giapponese, ma a polarità invertita: è l’opinione pubblica che chiede ai responsabili di governo lo sforzo di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dei problemi che angustiano il comune cittadino e che gli ultimi esecutivi nipponici sembrano avere tutt’al più cabotato (stallo salariale, tenuta del sistema pensionistico, ecc.). L’altra candidatura moderata è quella di Shigeru Ishiba (51 anni) ministro della Difesa nel primo gabinetto Fukuda. Dei quattro antagonisti di Aso è senza dubbio il più opaco, fragile nel delineare una politica interna dai chiari contorni quanto immaginifico nell’accarezzare futuribili strategie di difesa; come nello scorso dicembre, quando, menzionando l’epopea di Godzilla, ha dichiarato in conferenza stampa l’urgenza di verificare se le forze militari nipponiche siano tecnicamente pronte a fronteggiare un attacco alieno. Di altro tenore il profilo di Nobuteru Ishihara, figlio del controverso sindaco antioccidentale di Tokyo, Shintaro. Secondo alcuni commentatori la sua presenza in corsa sarebbe stata caldeggiata dalla fazione del Pld più ostile ad Aso, al puro scopo di trasformare la marcia trionfale di quest’ultimo in un percorso a ostacoli; ma a prescindere dai giochi di quinta, la candidatura di Ishihara sembra incontrare un certo favore sia tra i grandi elettori liberaldemocratici sia nel pubblico. Nella corsa alla presidenza i principali sondaggi lo vedono al secondo posto, ed è assai verosimile che con la discesa in campo il cinquantunenne koizumiano intenda soprattutto versare la caparra di un premierato lontano a venire.
Chi professa apertamente tale ambizione è Yuriko Koike (56 anni), ultimo antagonista in lizza e prima donna a correre per la massima carica istituzionale giapponese. Se in occidente premier e presidenti in tailleur sono di norma presentati e percepiti come ordinaria novità, in Giappone il passo della signora Koike si colloca al limite del sovvertimento culturale. Nell’Arcipelago, insegnano sociologi e antropologi, il regno delle donne esiste, ma non è il Parlamento. Qui niente effetti Palin, Merkel, Hillary o Royal: come mostrano sia gli umori rilevati nei sondaggi sia le reazioni nel grosso dell’establishment liberaldemocratico, alla candidatura di Yuriko Koike si annettono prevalentemente significati esornativi e mimetici (a imitazione di quanto avviene nel mondo occidentale). La fazione di appartenenza della signora Koike, per esempio, è orientata a votare Aso in ragione di 60 parlamentari su 88. Nondimeno, le qualità personali e i trascorsi “autoimprenditoriali” dell’ex anchorwoman poliglotta – nota tra l’altro per la scorrevolezza del suo arabo e per un volume sulla “vita come marketing di sé” – non sono prive di promettente appeal. L’onorevole Koike conta inoltre sull’appoggio di Junichiro Koizumi, che per rendere meno velleitarie le possibilità di successo della sua paladina ha rotto indugi e silenzio pronunciandosi pubblicamente in suo favore.
Secondo indiscrezioni lo stato maggiore del Pld avrebbe già messo a punto la tabella di marcia del nuovo presidente e Primo ministro. Le votazioni di lunedì 22 assumerebbero carattere di elezioni primarie, poiché per sfruttare al meglio i benefici della fresca nomina il premier scioglierebbe la Camera bassa a tempo di record, fissando la data delle elezioni anticipate a brevissimo termine. L’ipotesi di elezioni imminenti trova conferma nella rapida riorganizzazione degli altri partiti, due dei quali – il Partito democratico e il Komeito – hanno appena riconfermato l’incarico ai rispettivi leader. In attesa che la terza e ultima tappa della staffetta presidenziale liberaldemocratica si concluda, nell’orizzonte dell’Arcipelago restano in sospeso molti temi caldi, come il deterioramento dei rapporti con i vicini di casa – Russia, Cina e Coree –, il posizionamento strategico del paese, con chiarificazioni circa la disponibilità al coinvolgimento in missioni militari internazionali, ma soprattutto il ripensamento dell’architettura istituzionale e la definizione di nuove linee portanti in campo economico, fiscale e sociale.
Dai tempi della cura Koizumi il Giappone si trova infatti immerso in una delle crisi sistemiche e identitarie che periodicamente ne attraversano il tessuto civile, molto più tellurico di quanto in occidente si sia soliti immaginare. Il corto circuito negli assetti interni del Pld e dei suoi alleati, nonché nel rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni di governo, tradisce un disagio profondo, aggravato dai recentissimi venti di recessione. La stagione liberaldemocratica che sta per prendere forma potrebbe finalmente chiarire se i problemi di leadership e le penombre degli ultimi anni siano da imputare a un’eclissi temporanea o a un tramonto definitivo, il “seppuku” di un grande partito.
di Luca Vanni